martedì, 11 dicembre 2007

Ho fatto un viaggio nel tempo l'altra sera. Diretto: dalla cucina di casa mia all'estate del 1981.

Erano venticinque anni che non sentivo una certa canzone. Per venticinque anni è rimasta lì, seppellita in un'area remota della mia memoria. Ce ne sono tante di quegli anni che ho continuato a cantare nei vari periodi della mia vita, ma questa no. Eppure, l'altra sera, seduta al tavolo di cucina, mentre trafficavo in rete e intanto pensavo alla cena da organizzare, eccola saltar fuori, l'ho risentita. Ma perdio di Gianni Togni. Estate 1981. Come essere inghiottita da un vortice, un quarto di secolo cancellato, una partenza a ritroso. Ho cominciato a cantarla come a 15 anni, con tutte le parole esatte, come se l'avessi recitata ogni sera, anno dopo anno.

Mi sono rivista quindicenne in quell'estate: gambe ossute, capelli infiniti, shorts microscopici. La mia amica Rosella e io, in giro tutto il giorno, chiacchiere, risate e canzoni, lei con Claudio Baglioni, io con Gianni Togni.

Non mi è mai piaciuto Claudio Baglioni, nemmeno allora, era troppo zuccheroso, troppo così melodrammaticamente romantico. Le sue canzoni le sapevo tutte a memoria però: Rosella me le cantava e ne parlava per ore. Gianni Togni era diverso, meno scontato, pervaso da una lieve sensualità che comunque, pur non riconoscendola, percepivo. Era la prima estate dopo quell'anno terribile, il 1980.

Ripenso a noi allora, a come eravamo, così diversi dai teenager di oggi. Eravamo imbranatissimi, spensierati, vivevamo nel nostro piccolo mondo, niente internet, niente world wide web. Ci emozionavamo molto, questo sì, e sognavamo, sempre con gli occhi spalancati e sorpresi di quello che capitava intorno a noi: le cose grandi e quelle piccolissime, il primo amore, il primo bacio.

Eccola la mia generazione, i quarantenni di oggi, che strani adolescenti siamo stati. Niente a che vedere con Notte prima degli esami, non quelli della canzone di Venditti, nemmeno quelli dell'omonimo film. Oggi come allora siamo in bilico tra due generazioni, tirati un po' di qua e un po' di là, ancora figli, non completamente genitori. Sempre confusi ed emozionati, pur usando anche noi il world wide web.

Riascoltando Gianni Togni l'altra sera, mi sono resa conto che le sue parole si adattano bene a quello che siamo oggi, noi, quelli che non hanno fatto il '68, quelli appena sfiorati dagli anni di piombo perché eravamo troppo piccoli per capire, quelli gettati nel marasma del pieno edonismo reganiano e della new wave, quelli sopravvissuti arrancando agli anni '90. Provo un grande tenerezza per quello che eravamo e che siamo oggi. Non ci sarà mai più una generazione così.

Ma perdio
(Gianni Togni- 1981)

Ma noi in questa realtà
siamo due navi in una bottiglia scordata in un bar
fantastichiamo un pò
se furbi o se imbrogliati non lo so
pronti a scappare via per un’ora
via in una notte un tunnel un autogrill
all’inferno o a Barcellona

Con quanta serietà
giriamo con l’orario dei treni in cerca di novità
su un letto su un taxi
pensiamo "la mia vita non è qui
è lontana è su un’altra autostrada
dove potrei pensare ai fatti miei
mangiando cioccolata"

Ma perdio è un periodo
che se ne va via
quanti amici si perdono
o cambiano idea
tutti abbiamo un alibi
una vigliaccheria
ci diciamo
seduti in quest’osteria
ma perdio possibile
che continui così
fuori tutto si complica
e noi siamo qui
a guardare le macchine
a parlare di un film
a dire no
dai beviamo ancora un pò

Forse è verità
noi poi domani di questa sera magari si scherzerà
con qualche dubbio in più
col nostro amore da difendere
ma io questi anni non li capisco
io vivo come mi è possibile
non so più cosa è giusto

Ma perdio è un pericolo
che se ne va via
quasi niente in cui credere
per la nostra ironia
continuiamo a discutere
a domandarci "cos’hai?"
ma ormai
è il mondo che cambia noi
e ci viene da ridere
in faccia a questa città
e svuotiamo sul tavolo
la nostra età
stare insieme è difficile
ed ognuno tra sé
pensa lo so
meglio bere ancora un pò.

postato da: NikCustardinpie alle ore 15:33 | Permalink | commenti (1)
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martedì, 04 dicembre 2007

 

Leggevo questo articolo stamattina e mi sono chiesta se veramente sia come dice Sergio Benvenuto, psicanalista. Non sono sicura che sia solo una questione di target, di livelli di desiderabilità da mettere a fuoco. Non sono nemmeno tanto convinta che possa dipendere da una "berlusconizzazione" dell'eros, che pure esiste. Mi lascia anche perplessa la motivazione dell'isteria soprattutto femminile (ovvio).

Ma non è che innamorarsi sia sempre stato difficile? Non è che da adulti lo sia di più per via della zavorra che ineludibilmente ci si porta sulle spalle? Non è che tutti corrono sempre e non si abbia il tempo materiale per stringere rapporti che possano essere preludio di un innamoramento? Chi ha mai detto che una volta ci si innamorava di più? Forse ci si sistemava a un certa età, si cercava un modus vivendi che fosse di reciproca soddisfazione e che salvasse una certa apparenza, una sorta di contratto commerciale. Ora i termini del contratto sono cambiati. Non ci si accontenta della sistemazione, si vogliono i sentimenti. O per lo meno ce li si aspetta. Ma non si ha tempo per coltivarli. Mai. Viviamo in un alveare impazzito, con un ronzio di fondo assordante, altro che morte della fantasia. E soprattutto con l'età ci si rende conto che gli opposti non si attraggono, sfatiamolo questo mito. Gli opposti s'incazzano tra di loro, si danno i nervi a vicenda e a vicenda si mandano a quel paese. Fine di un amore. Molto meglio: Dio li fa e poi li accoppia. Ma poi si cade nella trappola degli impegni di lavoro, dei figli, della stanchezza cronica. Si diventa ciechi, muti e sordi. Soprattutto ci si dimentica della levità che certe questioni richiedono, dello stupore dell'infatuazione. Ci si scorda che l'innamoramento vive soprattutto per se stesso e che domanda sempre una buona dose d'incoscienza.
postato da: NikCustardinpie alle ore 12:20 | Permalink | commenti (1)
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