giovedì, 13 dicembre 2007

Credevo ingenuamente che non avrei dovuto farlo più di abbassare gli occhi mentre dico che sono italiana. Mi capitava sempre qualche anno fa, quando al governo c'erano quegli altri. I miei parenti e amici britannici che mi chiedevano spiegazioni sulle performances dell'allora presidente del Consiglio, con l'aria un po' divertita e un po' incredula, quella di quando si legge di una notizia talmente assurda che sembra pura fantasia. E io là, a gesticolare, a darmi da fare in spiegazioni che tanto non spiegavano nulla, anzi.

Ecco, mi succede di nuovo, di vergognarmi di essere italiana

Bene, l'ho detto. Non ci sto tanto male dove vivo, ma se alzo lo sguardo dal mio orticello non posso fare a meno di provare quello che provo.

Mi vergogno di vivere in un Paese che sfugge ad ogni logica possibile, dove tutto è sempre il contrario di tutto, dove l'interesse di pochi prevale sempre su quello di molti o moltissimi. Mi vergogno per i morti. Non è possibile che vivere o morire in Italia sia solo un fatto di fortuna (o sfortuna), che nascere a Vibo Valentia anziché a Forlì ed avere una tonsillite sia un buon motivo per morire a 16 anni. Non è possibile che per due soldi, perchè non sono di più, si debba rinunciare ad essere considerati esseri umani, che siamo sì nel 2007, ma di fatto siamo nel 1807, perchè era allora che il padrone della filanda ti faceva lavorare 14 ore al giorno e se crepavi amen, ce n'erano altri cento a prendere il tuo posto. Non è possibile che l'unica via d'uscita verso la dignità per migliaia giovani sia l'emigrazione, fuga di cervelli la chiamano, io dico che è un esodo di massa. Quello di cui mi vergogno di più però è che ogni giorno che passa, la speranza, quel po' che rimane, venga drenata via, goccia dopo goccia. Anche la mia. Io che m'incazzavo con quelli che preferivano andarsene perché "era troppo facile così, partire, rinunciare a lottare", ora lo farei subito di vendere tutto e ricominciare da qualche altra parte. A quarant'anni. Perché non ce la faccio più a sentire di gente che perde la casa a causa del mutuo che non riesce più a pagare, degli investimenti che mancano, della scuola che non funziona, di ospedali dove i problemi di salute li risolvono mandandoti direttamente al creatore, dove le banche e le assicurazioni fanno quello che vogliono alla faccia dell'Europa, dove solo i diritti di pochi vengono garantiti e quelli del resto completamente ignorati, dove veramente non c'è niente che funzioni senza inceppamenti, emergenze, commissariamenti, dove bisogna solo sperare nei lutti di massa perché chi di dovere dia risposte. Sono stanca di non dormirci la notte quando seguo Report o Ballarò. Sono stanca di vivere in un paese anomalo, dove la cultura prevalente è quella di tette, culi, furbizia e paraculismo. Basta per favore, sono stanca di vergognarmi.

venerdì, 12 ottobre 2007

John Cusack mi piace perchè ha l'aspetto dell'uomo medio: quarantenne, fisico discreto, nè brutto nè bello, tranquillo, impiegato come attore, recita, produce, scrive. E' un tipo dagli occhi sorridenti, quello con cui puoi andare tranquillamente a berti una birra o in pizzeria, per una serata di chiacchiere e risate.
John Cusack mi piace anche perchè ha una voce bellissima, bassa e profonda, calda e tranquilla, é un abbraccio. Potrei stare ad ascoltare per ore un uomo che avesse una voce così, basterebbe che leggesse per me un brano qualunque di un libro qualunque, con una voce come quella si può fare a meno della lirica.
John Cusack mi piace soprattutto perchè è un blogger eccellente, attento, impegnato. Ha uno spazio sull' Huffington Post, un sito di news nonchè aggretatore di blog di ispirazione liberale che tratta
soprattutto di politica e società. Nelle ultime due settimane ha scritto diversi pezzi incentrati su una lunga discussione avuta con Naomi Klein, a proposito del suo ultimo libro The Shock Doctrine: The Rise of Disaster Capitalism, appena pubblicato anche in Italia con il titolo Shock Economy - L'ascesa del capitalismo dei disastri (ricordo che Naomi Klein è anche l'autrice del precedente No Logo). Oltre ai brani scritti, John Cusack ha inserito nel suo blog il video della chiacchierata A prescindere dall'importanza del libro, indiscutibile, mi è molto piaciuto il modo di parlarne: lui, lei, attorno a un tavolo di cucina. Una intervista informale, non urlata, una conversazione lunga su temi drammatici e importanti, lui che fa domande, lei che risponde, chiarisce, spiega. In maniera rilassata e comprensibile. Ci sarebbero stati bene due bicchieri di vino rosso. Che bello sarebbe poter parlare sempre così, magari non solo dei massimi sistemi, ma anche di vita, di sensazioni, di passioni. E condividere silenzi. Anche in televisione.
Ulteriore ragione per la quale mi piace John Cusack: è stato Lloyd Dobbler, uno dei personaggi più incredibilmente romantici, nel senso letterario del termine, del cinema giovanile degli anni 80, "I don't want to sell anything, buy anything, or process anything as a career. I don't want to sell anything bought or processed, or buy anything sold or processed, or process anything sold, bought, or processed, or repair anything sold, bought, or processed. You know, as a career, I don't want to do that." (Say Anything - 1989).


 

Qui potete vedere il video dell'intervista a Naomi Klein