sabato, 29 dicembre 2007
Come si distingue una generazione dall’altra? E soprattutto qual e’ la distanza temporale tra una generazione e l’altra? A quarant’anni posso ben dire che quella di mio figlio diciassettenne sia un’altra generazione. Posso affermarlo di chi ha solo una decina d’anni meno di me? Le generazioni mutano nel loro interno, si differenziano non solo a seconda dell’età anagrafica ma anche dal modo di percepire fatti e strumenti della vita di ogni giorno. Come la scrittura. Da una discussione aperta già da qualche tempo su aNobii e riportata a galla di recente, mi sono resa conto che nell’arco di un tempo relativamente breve non  solo è cambiato il modo di usare la scrittura, ma è cambiato il modo di percepire la funzione della stessa. Per fare chiarezza: la discussione a cui mi riferisco aveva preso le mosse da un mio “appello accorato” affinché si cercasse, in una comunità di bibliofili, o quanto meno di amanti dei libri e della scrittura, di usare un italiano corretto, senza sottoporre la nostra lingua al martirio dei c6 e dei xché. Sottolineavo: “Niente di iperbolico, ci mancherebbe, ma provare ad usare un buon italiano credo sia doveroso, ad esempio sarebbe il caso di evitare “al anno”, “al amministratore”, “ bel articolo”, “qual’è”, ecc.” E ancora: “Io non mi riferisco alle sviste, agli errori di battitura, agli strafalcioni grammaticali, sono campionessa in quello, specialmente perché sono molto distratta, quanto a quelle storture che rendono difficile la lettura e brutta la nostra lingua. Non e’ nemmeno un obbligo, ovvio che ognuno è libero di continuare a scrivere come meglio crede.”
 
Le reazioni sono state diverse, com’era sacrosanto che fosse, n’è scaturita un bella discussione, apparentemente esaurita un paio di mesi fa e riaperta da qualche giorno in modo appassionato.
A prescindere dal fatto che ritengo positivo comunque un ragionamento sull’uso della lingua, solo in questi ultimi giorni ho notato come la differenza nel concepire la funzione della scrittura e il modo in cui questa funzione viene posta in essere sono direttamente connessi a una differenza di età e quindi di generazione. Inoltre, non posso mancare di rilevare come per i più giovani qualunque richiamo all’uso di regole anche minime venga immediatamente percepito come un attentato alla libertà personale di espressione, un voler essere  snob, arroganti, censori, saccenti; è tanto forte questa avversione che tutto il resto viene semplicemente trascurato. Conta quello che si dice, non importa la forma usata, non importa se sia comprensibile o meno a chi legge.
Quelli delle mia generazione, invece, i quaranta/cinquantenni, tendono a rimanere fedeli alle regole della lingua, all’uso di una buona forma oltre al contenuto, al rifiuto di certe abbreviazioni, alle formule da sms nei testi scritti. Figli di ben altri tempi mi verrebbe da dire, anche se la differenza di età non è così consistente.
Mi è stato fatto notare che l’atteggiamento ribelle non è grave di per sé, anzi  è  tipico e fisiologico di  una certa stagione della vita umana, l’adolescenza. Diventa grave in quanto oggigiorno si protrae fino a un’età in cui normalmente si verrebbe considerati adulti, i trent’anni. L’adolescenza con il suo egocentrismo ha ora una durata quasi ventennale, l’età adulta viene saltata a pie’ pari per poi trovarsi già vecchi.
 
Che faccia anche questo parte della cultura formato snack di cui parlava un articolo di Wired del marzo scorso? Questa cultura del mordi e fuggi che sembra una delle caratteristiche principali del giovane cittadino del web 2.0 (e non solo, mi sentirei di aggiungere)? Quello che preferisce la sintesi ad ogni costo, la scrittura a codice fiscale, gli sms esasperati, gli scritti brevi che non fanno perdere mezz’ora per leggerli, la velocità in ogni azione quotidiana, l’immagine anziché la scrittura? Scrivere in maniera normalmente corretta richiede tempo e concentrazione,  ma i più giovani sembrano essere affetti da una sorta di bulimia congenita che spinge a voler fare più cose nello stesso momento, non tanto per ottimizzare i tempi, ma per un atto compulsivo, a discapito della chiarezza e a dispetto di una lingua, la nostra, che per forza bisogna che sia il mezzo comune per comunicare, anche in rete.
 
Era un’idea fissa delle maestre di una volta quella del rileggere dopo aver scritto, controllare gli errori di ortografia e le dimenticanze. Anche della mia. Chissà come si sentirebbe ora in questo web 2.0. Sono sicura avrebbe aperto un bel blog per parlare ai suoi bambini di Calvino, Brecht, Levi, dove mostrare loro Guernica di Picasso, dove postare i video di De André e gli articoli dei sui scolari (che bella parola antica) sull’inquinamento, la speculazione edilizia, il lavoro minorile. Sarebbe stata una protagonista della blogosfera, ma non avrebbe mai sorvolato su certe regole grammaticali, sulla superficialità e sulla mancanza di rispetto di chi scrive per chi poi deve leggere.
martedì, 18 dicembre 2007

Lo spam è sempre fastidioso, di qualunque genere esso sia. Quello classico via mail è il meno odioso perchè talmente plateale e diffuso che è facile schivarlo ed eliminarlo (a meno che non si sia realmente interessati al penis enlargement o alle pillole di viagra).

Invece, quello che veramente m'infastidisce è lo spam piccolo e subdolo che alcuni fanno all'interno di gruppi di discussione, forum, comunità varie. Lo considero un atto di profonda maleducazione e contrario alla più elementare netiquette. Esempio pratico: nel forum dei Bocciofili della Domenica, aprire un thread con una scusa qualunque (un test sulle ultime bocce in commercio) e incollare un link che rimanda al proprio blog personale. Ecco, questo mi irrita profondamente, mi fa capire che a questo utente le discussioni sulle bocce non interessano così tanto, se non in funzione di quanto scritto sul suo spazio e solo in proporzione di quanti visitano poi la sua pagina, facendo girare il contatore. Non è bello, non è delicato approfittare della casa altrui, specialmente quando in questa casa ci sono già spazi adatti allo scopo. Ancor peggio: reiterare e insistere. Macno, un caro amico ha scritto al riguardo: "È come se uno entrasse in casa d'altri con un cartello appeso al collo con su scritto il proprio indirizzo, e complimentandosi col padrone di casa per l'arredamento intanto sussurrasse agli ospiti: "dài, che poi si và da me, eh?". Dalle mie parti questo si chiama l'Ammiccamento del Paraculo Ingordo." E un'altra amica, Tittirossa ha sottolineato che si tratta di rispetto della netiquette "che è quella cosa che ti impedisce ti metterti le dita nel naso prima di dare la mano a qualcuno, o di ruttargli in faccia mentre ti sta parlando, o di palpare il culo alla sua signora mentre te la presenta."

Questione di netiquette, appunto. Mi chiedo: ma non si usa più? E' una cosa uscita dall'imaginario comune degli utenti della rete? O è come parlare di DOS a chi è nato nell'epoca di Windows? Esistono punti fermi che sono fondamentali al buon funzionamento dei rapporti sul web, a maggior ragione oggi che è tanto affollato. Perchè la richiesta di rispetto di poche regole basilari viene scambiata per aggressività? Sopporto malamente il politicamente corretto sempre e comunque. Non necessariamente ci deve essere spazio per tutti, non necessariamente tutti possono affermare tutto. Non necessarimente bisogna accettare in silenzio. Il rispetto per l'altro, la libertà di non venire molestati dai bloggovendoli del web, di non doversi confrontare continuamente con l'ego ipertrofico e frustrato di tanti che della rete fanno uso e abuso dovrebbe essere il linguaggio comune su cui costruire la vera comunicazione. Non l'autoreferenzialità, non l'autocitazione. E' un po' come vedere il personaggio dell'onorevole nei vecchi film anni '50 che si presenta con: piacere, sono l'onorevole cavalier professor Trombetta. Verrebbe da rispondergli: e allora?

giovedì, 13 dicembre 2007

Credevo ingenuamente che non avrei dovuto farlo più di abbassare gli occhi mentre dico che sono italiana. Mi capitava sempre qualche anno fa, quando al governo c'erano quegli altri. I miei parenti e amici britannici che mi chiedevano spiegazioni sulle performances dell'allora presidente del Consiglio, con l'aria un po' divertita e un po' incredula, quella di quando si legge di una notizia talmente assurda che sembra pura fantasia. E io là, a gesticolare, a darmi da fare in spiegazioni che tanto non spiegavano nulla, anzi.

Ecco, mi succede di nuovo, di vergognarmi di essere italiana

Bene, l'ho detto. Non ci sto tanto male dove vivo, ma se alzo lo sguardo dal mio orticello non posso fare a meno di provare quello che provo.

Mi vergogno di vivere in un Paese che sfugge ad ogni logica possibile, dove tutto è sempre il contrario di tutto, dove l'interesse di pochi prevale sempre su quello di molti o moltissimi. Mi vergogno per i morti. Non è possibile che vivere o morire in Italia sia solo un fatto di fortuna (o sfortuna), che nascere a Vibo Valentia anziché a Forlì ed avere una tonsillite sia un buon motivo per morire a 16 anni. Non è possibile che per due soldi, perchè non sono di più, si debba rinunciare ad essere considerati esseri umani, che siamo sì nel 2007, ma di fatto siamo nel 1807, perchè era allora che il padrone della filanda ti faceva lavorare 14 ore al giorno e se crepavi amen, ce n'erano altri cento a prendere il tuo posto. Non è possibile che l'unica via d'uscita verso la dignità per migliaia giovani sia l'emigrazione, fuga di cervelli la chiamano, io dico che è un esodo di massa. Quello di cui mi vergogno di più però è che ogni giorno che passa, la speranza, quel po' che rimane, venga drenata via, goccia dopo goccia. Anche la mia. Io che m'incazzavo con quelli che preferivano andarsene perché "era troppo facile così, partire, rinunciare a lottare", ora lo farei subito di vendere tutto e ricominciare da qualche altra parte. A quarant'anni. Perché non ce la faccio più a sentire di gente che perde la casa a causa del mutuo che non riesce più a pagare, degli investimenti che mancano, della scuola che non funziona, di ospedali dove i problemi di salute li risolvono mandandoti direttamente al creatore, dove le banche e le assicurazioni fanno quello che vogliono alla faccia dell'Europa, dove solo i diritti di pochi vengono garantiti e quelli del resto completamente ignorati, dove veramente non c'è niente che funzioni senza inceppamenti, emergenze, commissariamenti, dove bisogna solo sperare nei lutti di massa perché chi di dovere dia risposte. Sono stanca di non dormirci la notte quando seguo Report o Ballarò. Sono stanca di vivere in un paese anomalo, dove la cultura prevalente è quella di tette, culi, furbizia e paraculismo. Basta per favore, sono stanca di vergognarmi.